15 aprile 2013

Le 3 ragioni del pantano PD - PDL


di Francesco Pignotti

Scrive chi, ben prima della situazione di stallo in cui ci troviamo - senza governo da quasi due mesi -, è ostile ai governissimi, alle larghe intese, alle convergenze parallele, alle non sfiducie, ai consociativismi deleteri, di quelli che in Italia conosciamo fin troppo bene. Scrive chi si indignava in campagna elettorale quando ascoltava certi leader della propria parte politica affermare
che avrebbero usato il 51% come fosse il 49%.
Succede però adesso che quella (mia) parte politica che un po’ presuntuosamente si affannava a precisare la maniera con cui avrebbe utilizzato un 51% che dava per scontato si ritrovi ad aver preso meno del 30%. Con altre due forze quasi alla pari.
E dunque, nell’impossibilità di rimanere ancora senza un governo, non occorre essere un genio per capire che solamente due strade restano da percorrere: o si forma un governo o si torna a votare.
Ed ecco che, con il M5S arroccato su una posizione di rifiuto totale che sembra irreversibile e con i rischi enormi connessi ad un ritorno alle urne a regole del gioco invariate, si è fatta prepotentemente strada negli ultimi giorni l’ipotesi di un governo Pd-Pdl.
Le trattative tra le due parti sono serratissime, non sappiamo ancora se questo matrimonio s’ha da fare, e non sappiamo di che tipo di unione eventualmente si tratterebbe. Matrimonio con governo formato da esponenti di entrambe le parti? Convivenza dettata da una “non sfiducia” da parte del Pdl ad un governo di minoranza targato Bersani? Governo del presidente? Non è dato sapere, ancora. Tutto, lo sappiamo, ruota attorno al nodo centrale dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.
Intendo qui solamente chiedermi quali siano le ragioni che spingono anche chi, come me, è convinto oppositore degli “inciuci” parlamentari a prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di un’intesa tra il centrosinistra e, udite udite, Silvio Berlusconi, il nemico giurato della sinistra, il giaguaro che solo due mesi fa è stato il bersaglio della campagna smacchiatrice di Bersani e i suoi.
Ovvero: a quasi 40 anni dal governo Andreotti di compromesso storico, com’è che siamo arrivati a questo punto, a questo compromesso che di storico ha ben poco?
Se ci penso, non posso che darmi le seguenti 3 risposte.
Due riguardano le regole del gioco, la terza invece l’offerta politica.
Il bello è che la seconda di queste concause può neutralizzare o moltiplicare gli effetti negativi della prima – e nel nostro caso li moltiplica a dismisura – e lo stesso vale per la terza nei confronti degli effetti dirompenti della seconda – ma anche in questo caso li moltiplica.
Insomma, un disastro. Vediamo.

1.
La prima causa dell’attuale, grottesca situazione va ricercata direttamente nella nostra Costituzione. La tanto osannata ed incensata - giustamente se in relazione alla prima parte - Costituzione italiana, ci consegna però, nella seconda parte, un sistema non troppo funzionale. Basti pensare al bicameralismo perfetto o ridondante, caso unico nel panorama mondiale, che per di più prevede, al di là di ogni possibile legge elettorale, un corpo elettorale diverso, dal momento che al Senato, diversamente dalla Camera, non è previsto il suffragio universale (solo elettori over 25). E’ evidente come due camere elette in maniera differente, ma che devono entrambi attribuire la fiducia al governo e votare poi ogni singolo provvedimento potenzialmente all’infinito finché non lo approvano in maniera identica, non possano che dar vita ad un parlamentarismo poco in grado di decidere davvero. E, al limite, a situazioni come quella attuale.
Questo assetto è frutto di grandi compromessi realizzati tra forze politiche contrapposte e all’indomani di un ventennio in cui il concetto di decisionismo era stato, per usare un eufemismo, travisato. Ma oggi le condizioni sono mutate. Bisognerebbe avere il coraggio e la volontà di cambiare quella parte della Costituzione.

2.
La seconda causa risiede nella legge elettorale con cui siamo andati al voto oramai due mesi fa.
Ne abbiamo parlato più e più volte su Briciole Politiche, da più punti di osservazione (vedi qui e qui).
Ma basterà sottolineare come una legge che assicura una maggioranza in una camera ma non nell’altra, visto quello che si appena detto relativamente al bicameralismo perfetto, è una legge dannosa per la stabilità parlamentare e governativa.
Insomma, 1 + 2 è già un bel problema: all’irrazionalità del bicameralismo perfetto si aggiunge infatti una legge che diversifica l’esito elettorale per le due camere.

3.
Il tutto si conclude in bellezza.
Cosa può infatti rimediare alla circostanza di un sistema parlamentare a bicameralismo perfetto con due differenti sistemi elettorali se non un’adeguata offerta politica?
E qui il problema si fa dramma, tragedia. L’offerta politica che si è presentata agli elettori il 24 Febbraio la conosciamo bene. Per comprendere come questa – e qui mi riferisco ovviamente alla mia parte politica di cui sopra – sia stata totalmente inadeguata al momento basti considerare questi dati relativi alle elezioni di due mesi fa. Attenzione, leggeteli bene:
PDL e Lega, vincitori nel 2008, hanno perso insieme 7.900.000 voti. Sette milioni e novecentomila voti (sì, vanno bene i Fratelli d’Italia e via dicendo, ma il dato è quello).
Cos’ha fatto chi stava all’opposizione? Avrà guadagnato anche solo qualcuno di quegli oltre 7 milioni di voti, è ovvio.
E invece no. Perché non solo non ha guadagnato niente rispetto al 2008, ha pure perso 3.400.000 voti. Ripeto, tre milioni e quattrocentomila voti.
Nel frattempo è nato un movimento che da zero ne ha presi 8.700.000. Dettagli. Ma fino al giorno delle elezioni sembrava un dettaglio.

Ed eccoci così arrivati ad oggi. Eccoci a dover tifare un governo “di larghe intese” se vogliamo un governo e a dover rischiare un esito potenzialmente disastroso se vogliamo le urne.
Quando si dice l’imbarazzo della scelta…